Nov 26, 2014 - Senza categoria    No Comments

Quando mio cugino non morì

imagesO320XGW5Quando l’estate prende un odore particolare te lo porti addosso per tutta la vita. Il mio cane aveva un bel nome: l’avevo chiamato Tarall ed era il mio assistente alla manovella della macchina per stritolare i pomodori bollenti. Proprio il pungente odore di conserva mentre l’acido dei sughi mi correva sulle braccia, caratterizzava l’odore dell’estate. Oggi non avverto quell’odore provenire dalle terrazze e dai vicoli, annuso l’aria che non sa di pomodoro caldo schiacciato e solo dalla dimensione del ricordo come da una falla nel cerchio della memoria, tornano i brusii, l’afa gialla e collosa, gli effluvi della polenta rossa da stipare nei vasi e nelle bottiglie. Mia madre comandava la rumba e sosteneva di essere la sola a sobbarcarsi il lavoro lamentandosi del fatto che nessuno l’aiutasse a dovere. In realtà ognuno aspettava pronto a prendere i suoi ordini, comprese le sorelle maggiori: zia Liviana e zia Florina detta Flo. Le sorelle di mia madre arrivavano da lontano e non rinunciavano ai tacchetti e ai vestitini indossati persino sotto il sinale schizzato di rosso. Anche la mamma si distingueva per questa particolarità della famiglia Morelli di essere sempre a posto, presentabile in ogni occasione. Erano belle e accaldate, scarmigliate giusto un po’ mai veramente arruffate, o spettinate. Zia Liviana poi aveva una maniera di guardarsi costantemente in giro, come se ci fossero dei corteggiatori ad adocchiarla. L’avvenenza da giovane l’aveva abituata agli apprezzamenti e a darsi delle arie da civetta consueta a specchiarsi e ad aggiornare il look, con sistematiche aggiustatine del capello e del portamento. Nella messa a punto non tralasciava mossette studiate e faceva sì che gli uomini l’ammirassero in ogni aspetto, dalle gambe agli ammiccamenti se non sfacciati, gestiti con dinsinvoltura e una vuota malizia arricchita dal sorriso fesso. Allora sembrava che anche durante le faccende domestiche, torcendo il collo ad arte con gesto sinuoso per catturare il fantomatico ganzo intorno, zia Liviana fosse ancora la fanaticona di un tempo. A dire la verità, la povera donna non era mai rilassata e quelli che dovevano essere stati i segnali lanciati durante la cattura degli spasimanti ( a volte del tutto immaginari nell’esercizio della conquista) si erano trasformati in orrendi tic nervosi. Zia Liviana insomma si era procurata un eterno smorfiare che le copriva il viso di pieghe, inoltre, alcune rughe sottili davano il colpo di grazia alla bocca, una specie di muso volpino arricciato, derivato di certo dal vezzo di ruminare stringendo le labbra con noia schifiltosa, nonostante rivolgesse un tacito e accorato invito di farsi avanti all’eventuale bamboccione. Sua figlia, un maschiaccio privo di scrupoli capace di servilismi e smancerie per interesse, aveva appreso da lei l’arte del raggiro e non guardava in faccia ad alcuno qualora si fosse trattato di ottenere un’altra bambola furga, o un ciondolino per il suo bracciale d’oro a cui aggiungeva ninnoli e cuoricini ogni anno. Sapeva battere i piedi per un premio in denaro, o decideva di elemosinare con moine esagerate e fumose un paio di sandalini alla moda perché se no, minacciava, sarebbe andata scalza. Era brava nel saper chiedere imponendo per esempio, che aveva urgente bisogno di trascorrere altri giorni al mare e così prolungando il soggiorno per farsi notare da tizio e da caio senza peraltro averne simpatia, si agganciava a loro col miraggio di un futuro prospero, perché erano i figli o i nipoti dell’ingegnere, del medico e del riccone. Il modello materno aveva funzionato da lezione e benchè ancor bambina, mia cugina aveva fatto sua e già operativa la raccomandazione di non sposare un poveraccio; magari avrebbe potuto prendersi a mano un cavernicolo di lusso, purchè pieno di soldi in quanto sarebbe stato più vantaggioso farsi mantenere anzichè sgobbare in un ufficio, o in un negozio. Fu così che cominciai ad odiare ogni forma di monetizzazione e soprattuto, detestavo i parenti che regalavano monete per svuotare il borsellino pregando i ragazzini con quell’esclamare da idioti, fatene buon uso! E si sa, un bambino pensa immediatamente a un salvadanaio magico che non si svuoterà, un salvadanaio con inesauribili cunicoli e pance segrete in grado di generare prestiti in automatico e all’infinito, per svaghi, giocattoli e per acquistare le cose inutili gradite agli adulti. Io e Tarall ci rendevamo conto della situazione in maniera complice, però schietta e lavoravamo in silenzio. Manolo, il figlio di zia Flo suonava l’armonica; era un po’ fissato con la ricerca degli accordi e le note fuoriuscivano distorte con un effetto deprimente, per la forza con cui il cuginone provava e riprovava la melodia. Era il più grande tra noi; si distanziava di un tot d’anni e frequentava la scuola media mentre io ero all’asilo e gli altri alle elementari. Era buono e generoso, un tantino saputo e a chiunque ripeteva che sarebbe andato presto alle superiori, in un prestigioso liceo scientifico. Che palle pure lui! Che se ne stesse nel suo angolino bucolico a scavar musica inconcludente con quelle immense sfiatate nell’armonica! Per tutti era il cuginone e non è che ci sia molto altro da aggiungere. Sua madre, zia Flo, lo portava in pianta di mano per quel suo palese non mischiarsi coi piccoli e lo chiamava milord, che tra l’altro era il titolo di una canzonetta della Piaf per la quale le Morelli impazzivano e non parliamo di Dalidà: si acconciavano come lei, ma tentavano pure le diverse mise della Bardot, osavano finanche le pose più scandalose di Magallie Lee, la spogliarellista in auge presso il Crazy Horse dove a Parigi si erano recate per vederla nello spettacolo che le aveva elettrizzate. Zia Flo era alta e slanciata, elegante, con lineamenti fini e nobili. Il viso leggermente lentigginoso e triangolare dalle parti del mento assumeva a volte, una durezza orgogliosa o altresì, un’estrema mobilità. L’espressione arricchita di lievi fremiti delle narici lasciava presagire indisponenza nelle questioni di carattere materiale. Il modo di far saettare lo sguardo ironico e battagliero denotava una forma di ostinazione. Infatti, la sua caparbietà emergeva nelle questioni ereditarie e finanziarie, con puntiglio, benchè infine rinunciasse a tutto in quanto benestante. Nelle diatribe coi parenti non rinunciava a far prevalere il suo punto di vista in via di assunzione di princìpi e faceva sì che la discussione vertesse su regole e correttezza; bisogna essere onesti, tuonava con quella sua voce metallica e intransigente e piantava momentanee grane solo per dimostrare di aver ragione, dunque, si ritirava abbandonando il dibattito per rifugiarsi in bagno a limarsi le unghie e a laccarsi i riccetti. Zia Flo mi piaceva a tratti; non era deliziosa come voleva apparire e ne ricevevo sensazioni di freddezza. Mi abbracciava per coccole disperate; era spenta a causa di troppi rimpianti e mi divincolavo per non essere divorata da quel suo agire fluttuante causato da antiche frustrazioni; di sicuro la evitavo perché non tolleravo di essere vampirizzata, di diventare l’oggetto e la pupetta su cui versare e far tracimare tonnellate di un inestinguibile bisogno di affetto. Era afflitta zia Flo e il suo male aveva radici in patimenti giovanili durante la lotta coi fratelli e le sorelle, in particolare con zia Liviana che la privava delle attenzioni altrrui, con quel suo fare da puttanella in grado di distrarre anche il più convinto corteggiatore della sorellina. Tarall notava le sfumature nei comportamenti di Flo e la consolava con un lamento empatico e canino, ma stupidamente per lei e per tutti di famiglia, il mio cane era solo una stupida bestiaccia che sbavava e l’osservazione frequente era che di cani bellini e deliziosi ce n’erano, ma io avevo scelto secondo il loro parere di gente mediocre, il più brutto, il mastino napoletano, perché ero dispettosa. In realtà avevo voluto Tarall per difendermi io dai loro attacchi, dai dispetti e dalle punizioni. Tarall era per me fonte di garanzia di bene e protezione, ma loro, i grandi, purtroppo non volevano comprendere e poi sapevo che tra gli incompresi nei pettegolezzi sussurrati a mezze parole, ci ficcavano la povera zia Flo, battagliera, economicamente a posto, ma fallita sul piano dei sentimenti. Suo marito la tradiva con una campagnola procace e rozza. Sta di fatto che Flo era comunque la più garbata nei miei confronti, mentre mia madre è vero che prendeva a ceffoni Lionello mio fratello, ma con lui si ricomponeva in fretta e di mezzo c’era tra loro la confidenza e ridevano insieme. A me non era riservato un trattamento del genere e avvertivo sempre aria di diniego e di burrasca quando Letizia Morelli si avvicinava brusca e imperiosa. Inoltre m’inceneriva di terrore con sguardi taglienti e accusatori. Sapeva perfettamente che era ingiusta, ma cercava uno sfogo alla sua traboccante rabbia e da un niente, tirava fuori accuse perentorie e se negavo, mi dava della bugiarda. Non sono portata per la menzogna e pur colpita a morte, ferita e dolente, andavo ad addormentarmi abbracciata a Tarall per togliere il disturbo. Tarall era l’unico che avrebbe dato la vita per me e in questo non c’è niente di retorico. Un buon amico per me era il fratello di mia cugina, Osvaldo Lindo detto Ovli. Era un tipo avventuroso di poche parole e prediligeva il ruolo d’esploratore nei giochi. Se lui faceva Robinson Crusoè, io mi mostravo molto abile nell’interpretare Venerdì non come servo, bensì come l’utile indigeno del posto che, col suo cane temerario Tarall il valoroso, lo salvava e lo aiutava nelle situazioni difficili. Accanto a loro due mi sentivo più forte; percepivo meno il pericolo di venire sopraffatta dalla totale mancanza di approvazione. Meritavo un pizzico di riguardo, purtroppo non ero disegnata a pennello secondo gli schemi e i piani di mia madre. La femmina doveva essere e funzionare da donna già a cinque anni e addobbarsi da imbecille in panni scomodi, nonché sopportare ogni bassezza e disistima, con apparente dignità. La mamma urlava, l’educazione qua, la gentilezza là e mi spaventava creando in me un vuoto incolmabile. A causa di ciò anche le più tenui domande si bruciavano e si autoeliminavano per non farle del male, perché l’amavo e non volevo che soffrisse per colpa mia. Anche Ovli subiva come me la disparità di trattamento e per interi pomeriggi restava zitto e come me lavorava con le conserve e le marmellate e i sottoli e la roba da essiccare al sole: ancora pomodori e poi peperoni, prugne, fichi, albicocche e nei fichi ci ficcavamo le mandorle quindi, li mettevamo a tostare nella fornacetta all’aperto. Quando gli altri tiravano per le lunghe la pennichella pomeridiana, io, il grande Tarall e Ovli ci davamo alla macchia e stringevamo in pugno un vimini che facevamo vibrare per sentirlo fischiare e mettere paura ad eventuali malviventi e animali sconosciuti. Eravamo coraggiosi perché sapevamo scacciare l’oscurità dei grandi e dell’ambiente. Chiunque sarebbe potuto sbucare da un cespuglio, ma noi non eravamo melensi e grotteschi mocciosi indaffarati a valorizzarsi agli occhi di zii e genitori. Noi eravamo da soli ed io addirittura ero la più piccola, ma non per questo pavida o meno temeraria. Mentre Lionello e cugina sperimentavano vari modelli televisisi allora in voga con imitazioni di attori e attrici, noi sperimentavamo corse a perdifiato e scalate. Ci arrampicavamo sui cerri e sui castagni. Aiutavamo le talpe a scavare, accarezzavamo i ricci appena svezzati e sopra ad ogni cosa, provavamo ad essere liberi e a piacere solo a noi visto che gli altri ci ignoravano fino all’ora di cena, all’ora dell’allineamento a tavola dopo essersi lavati e abbottonati, come si suol dire. A volte ridevo anch’io delle performance di mio fratello che scimmiottava i vicini di casa, i passanti e ne improvvisava il verso più per rendersi amabile che per proprio sollazzo. In fondo lo capivo: era in atto una lotta per la sopravvivenza e per farsi accettare. Lionello si metteva in mostra, faceva il pagliaccio e se buscava le botte, piangeva di cuore spalancando la bocca come un altoforno, finendo con l’assomigliare a quello del gruppo cabarettistico dei Brutos, che le prendeva dai compagni. Mamma e sorelle ghignavano di gusto, si sbellicavano fino a darsi manate e pacche e farsi venire le lacrime agli occhi, poi tornavano in qualche modo alla mansione avvilente delle intime confidenze sui loro uomini che peraltro non si sognavano di criticare; il loro era un mestiere arduo: far intendere, non spiegare, mantenere la dignità del non detto e del segreto, di una riservatezza in cui affondavano tutte e tre come in una palude di melma. Fu in quel periodo di villeggiatura senza termine degli invasori a casa nostra, che iniziai a scorgere delle papule e delle macchie rosate sulla pelle, colorata all’improvviso d’arancione, di mio cugino. L’incarnato era però meno impressionante delle orecchie che apparivano lanceolate e sottili, lucide e quasi trasparenti, di un colore terreo tra l’ocra e il marroncino marcio. Avevo notato dei cambiamenti nei giorni precedenti, ma mi erano sembrati l’effetto di un’abbronzatura non uniforme con le solite piccole bolle e ustioni, che ci procuravamo stando esposti al sole anche nelle ore della canicola. Ero capitata accanto a Ovli durante una pausa per bere latte di mandorla appena versato dal frigo. M’erano venuti i tipici moustaches bianchi e appiccicosi di zucchero dopo aver tracannato più che il liquido, il freddo di cui avevo bisogno per placare l’arsura. L’aspetto di mio cugino era preoccupante, tuttavia egli masticava con gran cura della liquirizia e sputava nel vento, o meglio in quella specie di galleria vischiosa che era l’aria di metà luglio in una zona non precisata sullo Ionio. Le presenze moleste e lagnose di Lionello e della smorfiosa si avvertivano come eco in un’ora torrida che di più oserei definire equatoriale. Tutto era resinoso, lattiginoso di lattice azzeccoso in cui anche i moscerini schiattavano e l’epidermide, il collo, le braccia, l’incavo nel retro delle ginocchia prudevano e sudavano da far schifo. Non c’era neppure una tonza in cui sguazzare perché bisognava aspettare il bagno all’ora stabilita e Tarall in quel contesto si accucciava ai miei piedi e smetteva di mugolare e di pretendere l’ombra, tanto non ce n’era. Spesso le nostre gambette secche, mie e di Ovli, penzolavano da un muretto, ma quel giorno eravamo sdraiati con gli occhi chiusi. Le teste sfioravano la bassa parete che ci separava dal dirupo e ascoltavamo Tarall che ronfava e sfiatava come un sifone. Presi d’impeto la decisione d’infrangere il silenzio e di chiarire lo stato delle cose, quindi chiesi a bruciapelo, anzi quasi l’affermai, Ovli lo sai che stai per morire? Eravamo entrambi intorpiditi dalla calura, ma vidi Ovli che si scosse per posizionarsi più vicino al fontanino che gocciava. Stavo perdendo la speranza di ottenere una risposta quando dopo un quarto d’ora sentii la sua flebile voce che diceva, forse sto morendo, ma chi se ne importa. E aggiunse, mio padre è una carogna; vuole bene a mia sorella e mi prende in giro per farla ridere alle mie spalle. Ristette col pianto in gola poi proseguì. Non ho più fame, asserì torcendosi le mani e aggiunse, da molti giorni nascondo il cibo in tasca e poi lo butto via o lo seppellisco nel formicaio. Cavoli, esclamai, sei stato tu a nascondere la mortadella dietro il divano; ho sentito la mamma imprecare contro lo sporcaccione di turno e mi ha guardato torva. Te le ha date, fece lui preoccupato. No, risposi, c’era Tarall con me che le ha ringhiato contro e lei non rischia quando la belva si propone. Sorridemmo alla cosa e io sfiorai una papula domandando se doleva. Ovli fece di no col capo, poi si alzò e disse, hai visto, sono cresciuto lo stesso, adesso sono alto quasi come il cuginone. Fummo raggiunti da Lionello e dalla smorfiosa. Che fate, disse lei. Lo sapete che l’insolazione può essere pericolosa? Noi andiamo al bar, ci siamo già lavati e tirò per un lembo dei pantaloncini mio fratello che girava con una gigantesca buatta vuota di pummarole da percuotere, perché, diceva, gli piaceva suonare la batteria. Erano festanti e si dileguarono in fretta per non dividere il gelato con noi. Avevamo lavorato e leccato tanta di quella salsa di pomodoro da essere sazi. Io poi non mi ero mai nutrita molto. Non avevo mai veramente fame anche se mi capitava di essere vorace con le polpette e il pesce fritto. Fu così che curiosamente dissi a mio cugino che sarei stata la sua complice quella sera a cena e che avremmo potuto mettere il cibo nel terriccio delle piante, o sotto gli embrici della rimessa accedendo dal balcone. Ma la notte era più umida e calda del giorno e del previsto e i tre mariti delle sorelle Morelli bevevano birra ghiacciata e fumavano. Non sarebbero andati a letto presto. Lionello e mia cugina invece erano schiantati dal sonno e si erano butttati a pesce sul sofà a dormire come canarini sgonfi, come pellecchie di capretto. Le donne rimestavano in cucina e mettevano a sterilizzare bottiglie e vasi di conserva in enormi callare sul fuoco del gas. Anche loro accendevano una paglia in tre, bastava una galuà e se la dividevano spippettando senza ingoiare il fumo nei polmoni e tossendo come asmatiche ed inesperte. Io sapevo fumare e anche Ovli, ma era uno dei tanti segreti di famiglia. Il patto era, guai a chi riferisce che sappiamo fumare e sappiamo dove trovare le sigarette. Avevamo un pasticcio nelle mani infilate nei calzoni e non se ne poteva più di trattenere quella roba viscida che avrebbe macchiato i panni e sai che scapaccioni e grida dalle nostre mamme, se almeno avessimo potuto fare un tiro per risollevarci, ma niente, dovevamo aspettare e quando mio padre dette il saluto della buonanotte, ad uno ad uno i vecchi andarono a dormire e anche le femmine e tirammo un sospiro di sollievo. A noi non badavano, erano troppo stanchi e finalmente quando mettemmo fuori quello ch’era rimasto di melanzane e mozzarella, di ananas e banana, di pane e pezzi di sedano e carote, ci potemmo dedicare al progetto di concimare le piante e così facemmo eseguendo in fretta ogni movimento e senza rumore. Poi lavammo i vestiti col detersivo per i piatti e li torcemmo fino al tormento stringendo i denti e li reindossammo senza badare al bagnato che avevamo fatto e alla quantità di umido che ci mettevamo addosso. Era stata un’operazione stramba, una roba da urlo e alla luce del lampione in terrazza, notai che le macchie di Ovli si espandevano a vista d’occhio e l’arancione si faceva cangiante e traslucido e lui era debole, troppo debole. Ti dispiace di morire, chiesi. E lui asciutto asciutto disse di no e alzò le spalle con noncuranza fino a toccarsi le orecchie. Se muori, dissi, ti seppellisco io e allora lui mi fece giurare che non avrei mai rivelato il posto della tomba a suo padre. Poi ci ripensò, come farai a seppellirmi da sola, fece. E io di rimando dissi che una volta morto non avrebbe avuto più preoccupazioni e avrei svolto tutto al meglio con l’aiuto di Tarall, che guaì sentendosi nominare. Scaveremo la buca, raccontai, e ti adageremo su un cartone e ti trascineremo nel fosso e ti copriremo di terra. Ovli si dichiarò d’accordo e ormai stanchi e sfiniti ci addormentammo sulla pancia pulsante del povero Tarall, il mastino umano che ci accoglieva se eravamo disperati e soli. Fui svegliata all’alba dal trambusto e mi sentii scivolare e sbattere i talloni che avanzavano fuori dai sandalini con una certa furia. Sentivo parole quali: di corsa, è urgente, chiama il pronto soccorso, corriamo e capii che era giunta l’ora. Dal torace mi uscì uno sbuffo eroico d’aria e Tarall mi trotterellò accanto per entrare in bagno che però era occupato. Ne uscì Ovli che avevo sentito vomitare dalla porta socchiusa, accompagnato dalla madre piangente. Era pallido e stremato. Lo abbracciai e quell’ipocrita di mia zia mi respinse facendomi notare che Ovli, il suo amore, era debole, ma non mi lasciai scoraggiare e gli chiesi nel fondo dell’orecchio se sentiva qualcosa. Forse morirò domani, mormorò. Allora è fatta, replicai. Gli adulti avevano addosso un’agitazione che sembravano anguille devastate dalla fretta e per non subire i loro modi sbrigativi, andai a lavarmi, vestirmi e pettinarmi nella lavanderia dove usai il sapone da bucato per farmi linda. Indossai la canotta pulita, i pantaloncini blu e gli occhi di bue coi calzini a righine bianche e blu. Mi piaceva lo stile da marinaretto e mi feci due belle trecce alla velocità della luce per non intralciare i grandi. Mi servii la colazione e mangiai in cucina con Tarall che divorò con me alcuni pezzi di torta di mele. Lavai i denti raschiandoli per tirarli a lucido, spazzolai il mio amico a quattro zampe che ruttò e slappò acqua dalla ciotola fino a rimpinzarsi perché si preannunciava una giornata lunga tra corsie, corridoi e ambulatori ed era bene abbeverarsi e tenere lo stomaco pieno per non soccombere alle attese. Lo avevo imitato e guidato e viceversa, Tarall si era lasciato ammansire anziché mettersi a fare i giochi senza frontiera prima di farsi rassettare. Eravamo in perfetto ordine e aspettavamo di partire. Gli uomini erano giù in cortile. Fumavano con un certo accanimento. Mio padre ascoltava. Non commentava. Il marito di zia Liviana, il padre di Ovli, cicalava come uno sguattero e di tanto in tanto passava uno straccetto sulla carrozzeria gialla della 124 Fiat. Il marito di zia Flo, zio Mansueto, puntualizzava, precisava, gesticolava contrariato, ma smise di botto per evitare una qualche polemica iniziata a proposito di Ovli. La prima a scendere fu zia Flo con cuginone combinato da damerino. Fu la volta della mamma, bellissima, colorita, una melagrana vestita di bluette, sbracciata in longuette e chanellino basso e stringato, sportiva, vagamente esotica e altera. Teneva stretti per i polsi mio fratello che già piangeva per la dose quotidiana di sberle e mia cugina e li scaraventò senza complimenti nella Opel di zio Mansueto anziché nella nostra automobile, dove aveva preso posto zia Flo accanto a mio padre e col diletto figlio seduto sul retro, a sputazzare in quella stupida armonica delle ariette western e data la circostanza, persino un idiota avrebbe capito che non era davvero il caso. Mia madre mi venne incontro mentre cercavo di capire dove collocarmi e lei, tirandomi per una treccia, tu rimani qui perché sei piccola e devi badare all’orso, disse autorevolmente. Aggiunse che sarebbe passata la nonna a darmi da mangiare. Il mio meditabondo papà spense la paglia e venne a darmi un bacetto. Io e Tarall ristemmo sulla banchisa di ghiaccio che si era creata sotto i nostri piedi o zampe, fa lo stesso, e ci ammutolimmo per lunghi anni da quel momento in avanti. Ovli, bianco come un cencio, fu adagiato alla buona e meglio sul sedile posteriore della 124 Fiat con la madre in pena. Ovli fetava di straccio bagnato. Aveva fatto tanta pupù ma le chiazze, i ponfi e le papule erano aumentati a dismisura come una tribù di sinistri parassiti. Eravamo bloccati io e Ovli, simili a pacchettini legati di cui uno trasportato d’urgenza e il secondo abbandonato in stazione. Come fu possibile che a nessuno venisse in mente che in quel momento così delicato, sarebbe stato il caso che due bambini si salutassero come doveva essere conveniente. Ma che si può fare con dei grandi ingrati verso i propri cuccioli che donano felicità, senza nulla pretendere in cambio di qualche coccola e un po’ di conforto. Superai la delusione quasi per incanto e corsi verso il mio amico; mio zio si affacciò col suo volto da sganappo sormontato da un ridicolo cappellino bianco e scoppiò a ridere. Portava un paio di guanti gialli a dita mozze. Che c’è, chiese ridendo e zia Liviana vedendo che Ovli tentava di alzarsi, mi fece segno di sparire se no il piccolo si sarebbe affaticato. Lui però fece ciao con la mano e mi sentii subito più tranquilla e anche il mio papà si rasserenò. Strizzò l’occhio come a volermi ripetere che eravamo fatti della stessa pasta e poi seguì la carovana che partì alle nove del mattino e a tarda sera fece ritorno con pacchi e confezioni di dolci e vestiti e scarpe. Io avevo tenuto duro trattenendo le lacrime e con Tarall me n’ero andata a zonzo nella parte vecchia del paese dove l’Isca, un fiumiciattolo, scorreva bianco sulle pietre calcaree e verde sul fondo. Mi ero immersa fino alle cosce e anche Tarall ormai puzzava di ranocchia. A mezzogiorno avevo rimesso il collare a Tarall ed ero andata a casa dove la nonna stava preparando la pastasciutta. Ovli voleva morire per far torcere le budella a sua madre, a quel grosso idiota del padre e a quella stupida della sorella. Pensavo che in ospedale l’avrebbero ucciso per svolgere strani esperimenti e allora pregai affinchè morisse prima di un’eventuale operazione. Con un’occhiata eloquente la nonna mi fece intendere che avrei dovuto lavarmi e cambiarmi e per non sporcare il pavimento tirato a lucido, andai a fare le abluzioni nella taverna, poi andai in camera e indossai altri pantaloncini e una t-shirt a righe bianche e rosse. Non volevo urtare la nonna perciò misi Tarall alla catena, gli diedi da mangiare, mi sciacquai le mani e mi sedetti educatamente a tavola. Lei si avvicinò con un piatto fumante di maccheroni che posò lesta per stringermi tra le sue braccione morbide e profumate di pulito. Mi trattenne in quel candido calore amoroso e dai miei occhi sgorgarono non lacrime ma brucianti gocciole di petrolio denso e amaro. Stavo piangendo e lei mi asciugava le gote con un lembo del sinale e mi cullava. Mi nutrii solo un po’ e la nonna passò direttamente alla macedonia. Ne presi un assaggio poi andai a ritirare Tarall e con lui mi misi a dormire sotto la tettoia inondata dall’ombra della pergola di glicini, dove le sorelle Morelli erano solite sedersi quotidianamente per far le chiacchiere riparate dal sole cocente. Oggi toccava a me il diritto di riposare al fresco e col cuore gonfio. A sera inoltrata un paio d’ore dopo il tramonto, sentii la confusione del ritorno dei parenti e mia nonna mi disse che andava via. Mi baciò ripetutamente e se ne andò dicendo qualcosa ai baccanti del tipo, su su datevi una mossa chè la bambina deve andare a letto. Com’è ovvio, nessuno le dette retta e corsi verso la 124 Fiat per sbirciare dal finestrino attraverso il quale scorsi mio cugino praticamente guarito e sorridente. Si vedeva ch’era debole e mentre la madre già scartava i pacchi con le sorelle e la figlia, io tentavo di comunicare col morituro. Egli scese dalla macchina e mi disse che non era morto perché gli avevano dato la vitamina C sparata nelle vene e poi un biberone di ferro, acido folico e vitamine del gruppo B. Non pensi più di morire, gli chiesi. Lui disse che era dispiaciuto di non finire nella fossa che gli avrei preparato, ma se gli fosse tornata la malattia delle chiazze sarebbe scappato per morire in pace, lontano dai due caciaroni e da cuginone, lontano soprattutto da suo padre e sua madre, che gli avevano imputato la responsabilità del suo stato di salute precaria, fino al punto di trovarsi ad avere un altro colore e a diventare macilento come un ronzino. Ovli mi disse che si erano recati ai grandi magazzini. La piccola serpe ammaestrata era riuscita a spillare soldi agli zii e aveva acquistato un paio d’infradito. Le donne avevano provato abitucci e camicette e avevano comprato l’infinito. Poi gli uomini avevano proposto di rilassarsi al ristorante, raccontava Ovli, dopo la tensione dell’attesa degli esiti clinici. Sua madre aveva bevuto un caffè dietro l’altro e mio fratello non aveva smesso se non per brevi intervalli di piagnucolare, perché voleva e solo voleva, non s’era capito cosa. Ovli cambiò discorso e più risoluto del solito dichiarò che se gli fosse capitato un’altra volta di morire, non si sarebbe fatto salvare. Sei sicuro, feci. E a quel punto s’era già intromessa mia madre, non lo vedi che è debole, pronunciò acida e mi strattonò per condurmi in bagno prima della cena a base di pizza, ricci di mare e totani fritti. Tarall le abbaiò contro. Se la bestia protestava mia madre si spaventava, ma non perdeva l’occasione di rivolgere improperi alla volta di chi in fondo era solo un altro componente della famiglia. Con l’indice puntato su di me, Letizia Morelli mi fece indossare il pigiamino e il tono che mi usava era ruvido come se mi ritenesse colpevole di una malefatta. In realtà non vedeva l’ora di liberarsi di tuttti, ma mia madre ormai non trovava rifugio neppure nel sonno. Mi costrinse visto che non avevo fame ad andare a letto e i due cretini intanto, ballavano e strillavano parecchio. Ovli coperto da uno strato di asciugamani fioriti era sdraiato sul sofà a guardare Maigret o Belfagor. Feci in tempo a salutarlo prima che abbassasse le palpebre e così fui confinata definitavamente lontano dal mondo con l’obbligo di addormentarmi in fretta. Obbedii ma nel cuore della notte mi svegliai con la voglia di prendere il fresco. Il buio intorno, oleoso e stellato, non m’inquietava e avevo una gran sete. In punta di piedi con Tarall che mi seguiva e al quale raccomandavo di non fare casino, m’indirizzai in cucina da cui proveniva la luce fioca del frigo aperto. Ovli si era servito di una porzione di gelato e s’era seduto a terra a godersela leccando alla fine il cucchiaio e la scodella. Devi chiudere lo sportello, gli dissi, se no qualcuno noterà l’illuminazione e si arrabbierà con me. Incurante, lui continuò a ricrearsi e io bevvi l’acqua gelida e frizzante di una nota sorgente vulcanica. Confabulammo un po’, poi ci dividemmo per tornare a dormire. L’odore dei pomodori bolliti stagnava nell’aria. Nessuno si era preoccupato di cavarli dalle callare e riporli sulle scansie in cantina. All’indomani se ne sarebbero occupate le sorelle Morelli. Detti un calcio alla porta della cameretta e m’infilai sotto il lenzuolo benchè non ve ne fosse bisogno. Alle otto del mattino era tutto un cicaleccio e io avevo fame, sonno e stizza, tanta stizza verso le Morelli che già si vantavano del loro portamento e se avevano detto addio alla magrezza giovanile almeno, dichiaravano, si doveva saper vestire per non far venire allo scoperto i lardarelli e le trippette, mascherandoli con modelli adeguati, a tulipano, strizzatissimi in vita e di lunghezza sotto il ginocchio, con lo spacchetto, per dirigere lo sguardo ben lontano da stomaci globosi e pance non più piatte. Si davano delle arie quelle ex ragazze di provincia, che non erano diventate per fortuna mai veramente grasse, quindi si permettevano di deridere le paesane: mai che ve ne fosse una alla loro altezza. Feci rumore nel servirmi la colazione. Non ne potevo più di far la parte di Calimero tutto piccolo e nero. E poi ero bionda di un biondo che faceva invidia ai vikinghi e a mia cugina, biondina ma senza riflessi rossicci e dorati. Ehi, tu, mi apostrofò la mamma, fai con garbo. Mio padre intanto stava chiedendo di me e lei disse, eccola qui la tua ribellina che deve imparare a non alzare la voce. A dire la verità non avevo aperto bocca. Non so perché mia madre provasse un certo gusto sadico a riferire cose che non stavano né in cielo, né in terra. Si riempiva la bocca di frottole per evitare di stare con me e di essere dolce. Letizia Morelli aveva paura della dolcezza, temeva di esserne ingoiata, di non poter più farsi sentire. Poverina, non capiva una mazza e viveva di desideri repressi. Desiderava e non otteneva. Che peccato! Mi era venuto a noia persino Ovli, ma Tarall no; lui era tutto mio e gli appartenevo e insieme eravamo abituati ad essere ignorati o insultati. La mamma si lagnava ch’ero selvaggia e lei lavorava tanto per me. Non ero ingrata, solo non capivo le sue ramanzine e le scemenze che raccontava a mio padre. Per concludere, non sopportando il supplizio delle accuse, ammettevo colpe che non avevo benchè ad ogni modo, la cosa non soddisfacesse né lei, né me. Quando si dice l’incomprensione… Andai sulla verandina esterna a disturbare mio cugino. Come ti senti? E lui, bene, sto bene. Sei contento, dissi. Si, fece lui con quell’aria infelice ma non più malaticcia. Poi abbassò lo sguardo fin sotto le suole e disse che non sapeva cosa fare ora che era finito il lavoro dei pomodori. Ma no, lo rassicurai. Oggi facciamo i pelati e i succhi di frutta. Tra un po’ ci chiamano a girare la manovella, fidati, gli dissi. Ovli sorrise. Aveva un ciuffo di capelli sempre bagnato di sudore sulla fronte e la pelle era tornata bianca bianca e le gambe erano un po’ più scure, sporche o abbronzate. Forse gli rimproveravo di non essere più in fin di vita e forse se lo rimproverava da solo, sta di fatto che tornammo a parlare dell’argomento. Non muori più ormai, emisi tutto d’un fiato. Lui rispose imbarazzato ch’era davvero mortificato e ridemmo un po’ perché eravamo stati spiritosi e poi leggevamo i fumetti di Bleck e io ero Roddy, lui l’eroe e Tarall, com’è naturale, incarnava il Dottor Occultis. Mia madre, disse Ovli, ce l’aveva a morte con me quando stavo male perché le procuravo dolore e dispiacere. Figurati, feci io. Fanno tutti finta qui e non aggiunsi altro che già eravamo sotto il convento dove ululava il vento. Era un angolo incredibile del paese. Lì faceva sempre buio prima e il vento spazzava via anche il respiro, anche d’estate e con lo scirocco. Lì spirava sempre la tramontana e non era bello restare a lungo perché potevano esserci i Giralli, dei nomadi giganteschi che rapivano i bambini, soprattutto se i piccoli parlavano in italiano e non si esprimevano in dialetto nemmeno per le parolacce. Fu all’improvviso però che Ovli cominciò ad evocare quella volta ch’eravamo stati in Svizzera. Ti ricordi, fece, quando la smorfiosa ebbe l’appendicite e anziché portarla come hanno fatto con me all’ospedale vicino, l’hanno portata lì da uno famoso e ti ricordi, siamo stati costretti ad andarci anche noi. Ma no, dai, gli dissi, eravamo in vacanza a Como e veniva più facile trasportarla in Svizzera che altrove. A volte Ovli era proprio un citrone. Ristemmo per lunghi istanti a bloccare il vento con le mani, poi cambiammo direzione per tornare a casa con l’intento di dare una mano alle mamme. Strada facendo, dissi che non ricordavo molto la città di Zurigo, ma ricordavo com’erano vestite bene le tre sorelle, abbigliate Dior dal collo al ginocchio. Ai piedi invece, che fossero stringate, o col calcagno libero, calzavano delle Chanel. Le Morelli indossavano gonne strette di shantung e ognuna aveva scelto una nuance. La mamma prediligeva il color antracite e sopra indossava un top plissettato di un grigio-glicine chiaro. Zia Flo aveva scelto il verde per la gonna e il giallino per la camicetta semitrasparente, con le manichine spioventi all’americana e aveva ripreso il verde della gonna con una fusciacca annodata tra i capelli rossi. La più audace naturalmente, era zia Liviana col pull dolcevita smanicato bianco dash, tenuto incollato alla gonna color terra di Siena bruciata da una alta e aderente cintura gialla di pelle, con una fibbia grande quanto Porta Capuana. Era la più appariscente e si credeva una diva zia Liviana, ma le grosse menne la rendevano meno elegante, una vera attrazione finanche per gli svizzeri, che da buoni montanari non badavano alla moda di passaggio delle sorelle Morelli e famiglia. Le donne alla stazione però lanciavano lunghe occhiate curiose e sembravano ansiose di copiare lo stile delle italiane. Ovli era sulfureo. Calciava ogni pietra, ogni piccolo sasso e si rivolse a me con fare smanioso. Non ti ricordi allora, disse tutto arruffato come un pollastro, che mia sorella non fu operata? Non ti ricordi, aggiunse d’impeto, che quella scimmia aveva fatto la scena per farsi portare a vedere la Svizzera e che i medici visitandola ghignavano e dicevano “che attrice” e io dicevo, che bastarda! Non ti ricordi più, chiese rassegnato per l’ultima volta. Io sono ancora piccola, mormorai e afferrai un vimini e lo feci vibrare. Tarall pisciò ripetutamente sugli pneumatici della 500 di Giacomino il tabaccaio e per poco rischiammo il linciaggio, frenato dai clienti che reclamavano il tabacco. Camilla la benzinaia stava uscendo tutta in ghingheri e con la sigaretta in bocca. Ci salutò e ci scompigliò i capelli. Ormai eravamo alla svolta dietro casa. Lo sfogo di Ovli non era terminato. Devo morire, fece cupo e io sorrisi. Davvero, chiesi. E mi sentii orgogliosa di lui. Quando vorresti morire? E lui, subito, rispose. Adesso in quest’istante, disse con una certa fierezza. Sì, replicai, ma non hai neppure le chiazze e i ponfi. Cambiammo tragitto per mettere a punto un piano ma in realtà non ne avevamo e prendemmo la via del Langone, il laghetto con le cascacatelle. I pelati, la mamma, le zie e quei due cretini potevano attendere. Ci tuffammo nell’acqua con Tarall che aveva i bicipiti come un vero bagnino e dopo esserci asciugati, parlammo un po’. Vuoi scappare di casa, feci. No, voglio morire, rispose ostinato Ovli. C’erano ancora le rondini e uno stormo di gallinelle d’acqua dal becco rosso. Queste non volavano, splasciavano sull’acqua e le rondini giocavano in alto. Ad un tratto sentimmo delle voci. Erano altri ragazzini che venivano a tuffarsi. Decidemmo di spostarci in un angolo appartato dove asciugarci meglio e abbrustolirci. Era un bel posto per riflettere in santa pace. Ci sedemmo un po’ ingobbiti e tenendo le ginocchia tra le braccia succhiavamo il calore direttamente dai raggi del sole perché c’era venuto il brivido. Si stava bene. Eravamo liberi e soli. Ti è proprio dispiaciuto di non essere morto, dissi comprensiva. Lui rispose commosso, tantissimo porca miseria! E restammo a fissare l’erba…

Pina D’Aria

Nov 21, 2014 - Senza categoria    No Comments

QUARTO ANNO: CONTINUA LA CAMPAGNA DEI CINEMA GIOMETTI CONTRO LA VIOLENZA DOMESTICA CON VERGOGNA: lo spot pesarese che ha segnato la storia di una sensibilizzazione attraverso il cinema

4536  zola prima batteria(1)QUARTO ANNO: CONTINUA LA CAMPAGNA DEI CINEMA GIOMETTI CONTRO LA VIOLENZA DOMESTICA CON VERGOGNA: lo spot pesarese che ha segnato la storia di una sensibilizzazione attraverso il cinema.

Non si ferma la campagna di sensibilizzazione che i Cinema Giometti da quattro anni continuano a sostenere ed a trasmettere in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne in tutte le sale dei loro cinema.
Lo spot che nel 2011 nacque a Pesaro continua a trasmettere il suo messaggio.
Questo weekend dal 21 al 23 novembre 2014 in tutte le sale Giometti.

Massimiliano Giometti: “Fermi nella volontà, per il quarto anno consecutivo, di contrastare attraverso la proiezione dello spot Vergogna nei nostri cinema questo triste dilagante fenomeno, ricordando che dalla violenza domestica si può e si deve uscire.”.

Alessia Natale: “La violenza domestica è un purtroppo un quotidiano sgomento a cui tutt’oggi assistiamo. Credo che il nostro lavoro concretatosi nello spot “Vergogna” del 2011 continui efficacemente nella sua missione per il quarto anno. Per questo ringrazio Massimiliano Giometti, il Sig. Prefetto Attilio Visconti e le numerose associazioni nazionali che si sono avvalsi del messaggio del nostro Spot.
Il contributo dello spot Vergogna si è espanso negli anni su scala nazionale.
Ha emozionato infatti, questo novembre, il pubblico della 65^ edizione dei Nazionali Aibes che si sono tenuti a Loano (SV) Liguria.
Un grazie di cuore a tutti i pesaresi che hanno contribuito e continuano a contribuire alla realizzazione di tutto questo.”

Rosalba Angiuli

Nov 13, 2014 - la tua parola    No Comments

FERMA CONDANNA DELLE MANGANELLATE AGLI STUDENTI ROMANI

e4319ee0a444bae80e2c14f98542ce02_LIl PMLI condanna senza appello le cariche e le
manganellate subite dalle studentesse e dagli
studenti che il 12 novembre contestavano la
presenza del presidente della BCE Mario Draghi
intervenuto ad un convegno all’Università di Roma Tre.
Gli studenti hanno accolto la presenza di Draghi,
uno dei principali artefici dei massacri sociali
che stanno colpendo in Europa le masse operaie e
popolari, con slogan e striscioni contro l’austerità, lanci di uova e vernice.
Il messaggio degli studenti era chiaro, nella
nostra università i massacratori dei popoli non li vogliamo!
La reazione della polizia è stata quella che ci
si aspetta dal regime neofascista nel quale ormai
siamo costretti a vivere, fatta di spintoni e
manganellate che hanno ferito due studenti ai quali va la nostra solidarietà.
I responsabili della repressione e del sangue
versato dagli studenti sul terreno
dell’Università sono il governo Renzi e la Ue
imperialista che non lasciano spazio alle
contestazioni popolari, operaie e studentesche!
Queste due “creature” della borghesia vanno
spazzate via al più presto con la lotta di classe!
Il PMLI è solidale con gli studenti colpiti dalla
repressione poliziesca e li invita a proseguire
sempre più tenacemente nella lotta contro il
governo del Berlusconi democristiano Renzi e
l’Unione Europea imperialista esortandoli ad
essere protagonisti nella mobilitazione di massa
e di piazza del 14 novembre in occasione dello
sciopero generale indetto dagli operai
metalmeccanici della FIOM a Milano, che
coinciderà con lo sciopero sociale indetto dai
sindacati di base, organizzazioni studentesche, movimenti per la casa, ecc.
Viva la coraggiosa lotta delle studentesse e
degli studenti contro il governo Renzi e l’Ue imperialista!
Viva l’unità di lotta tra classe operaia e studenti!
Fuori l’Italia dalla Ue!
Renzi, vattene!
Il potere politico al proletariato!
Italia unita, rossa e socialista!

La Commissione giovani del Comitato centrale del PMLI

Nov 12, 2014 - la tua parola    No Comments

IL PRESIDENTE DI ADUSBEF PARLA DELL’ALLARME CASA

stanzeAumentano a dismisura le aste delle case, in quanto molte famiglie non riescono più a sostenere i mutui contratti con le banche. E’ un quadro di grande difficoltà quello tracciato dall’Adusbef Pesaro-Urbino. Infatti, secondo un’elaborazione dell’associazione sui dati resi dalle cancellerie dei tribunali di Pesaro e di Urbino, l’aumento dei procedimenti esecutivi nei primi nove mesi si attesta in media intorno al 18-20% su base annua.
A tale proposito l’avv. Floro Bisello, presidente regionale Adusbef Marche, ha recentemente dichiarato che la situazione è particolarmente difficile, soprattutto ad Urbino, dove, dall’inizio dell’anno, le esecuzioni immobiliari sono passate dalle precedenti 528 alle attuali 627; le case immesse nel circuito sono state 92. Grande la difficoltà a portare a termine i procedimenti, tanto che solo 43 di questi sono stati conclusi. Per quanto riguarda Fano e Pesaro, i dati aggregati parlano di 1150 pignoramenti pendenti contro i 1100 dell’inizio del 2013; ma lo storico di Pesaro è più o meno raddoppiato, in quanto la città ha ereditato le aste da Fano, dove si registrano le maggiori difficoltà. Tutto ciò è causato dal sistema delle garanzie bancarie. Le tipologie di vittime sono due: il piccolo imprenditore che è stato costretto ad accendere mutui con eccessi di garanzia estesi a fratelli, genitori, parenti, e le famiglie con mutuo prima-casa, in cui uno dei due coniugi ha perso il lavoro e che si sono trovate improvvisamente al limite della povertà. Il consiglio dell’Adusbef è di reagire sempre. Infatti la Cassazione, con la sentenza 250/ 2013, ha rafforzato il principio di usura tecnica della legge 108/ 96, sostenendo che il contratto stipulato con la banca è nullo se l’ammontare di more e spese supera il tasso di usura. Visto che nei primi anni di ammortamento si pagano soprattutto gli interessi, capita spesso di avere le carte in regola per chiedere indietro somme che, trovando un accordo in via transattiva, possono abbattere l’importo mensile della rata. Ma occorre affidarsi a persone preparate, perché sono in circolazione sedicenti società esperte nel settore che avviano cause temerarie, costringendo i clienti a pagare cinque o seimila euro per una perizia.

Rosalba Angiuli

Nov 11, 2014 - GIORNO E NOTTE    No Comments

A Riccione il Festival dei 3 venerdì: “The Art of Music”

1796613_10202942634306848_7645291547960091480_nInaugurazione Venerdi 14 Novembre 2014.
Presso Royal Caffè, viale Diazz n. 77 Riccione.
Direzione Artistica: Christian Tarini

RICCIONE – In un ambiente caldo, che unisce rétro ad eleganza, vintage a comodità famigliare, curato nei minimi dettagli, dove si può sedere tra pianoforti, saxofoni di rame, violini, candelabri d’argento, bottiglie di champagne magnum, abatjour di seta, avrà luogo il Festival “The Art of Music” che si protrarrà per 3 venerdi, il primo dei quali sarà il 14 di Novembre.
Il titolo richiama lo stile della serata che sarà basata sul live, che affiancherà il dj resident Eddy e che cambierà ogni venerdi.
Tutti tre i musicisti sono Maestri di Musica Pesaresi di calibro Internazionale.
Si inizierà, infatti, con il giovane Javier Eduardo Maffei, già direttore d’orchestra, e già con una carriera formidabile, sia nel mondo del jazz, rnb, funky con tante esperienze, tour, in italia e all estero, produzioni musicali, ma anche pop, infatti l’ultimo tour importante è stato pochi mesi fa con Cesare Cremonini e attualmente collabora in studio con Mogol.
Il prossimo venerdì si proseguirà con il famosissimo Gigi Faggi e la sua magica tromba, fiato ufficiale di Raphael Gualazzi, ammirato a San Remo e in tanti altri teatri italiani ed europei, e per finire con Roberto Cogliano noto percussionista e batterista degli “Orang Lem” e non solo, con numerose recensioni da MTV e riviste specializzate europee.
Scrivere curriculum ed esperienze di questi ambasciatori sacri della musica italiana nel mondo sarebbe davvero lungo e impossibile, spesso con il tricolore stampato sulla giacca suonano nei migliori teatri, piazze, auditorium del mondo, tra cui Londra, Russia, Dubai, Emirati Arabi, Parigi, Americhe ecc.
A fare da contorno, non mancheranno artisti, sia locali che non, che esporranno le propie opere, dipinti, libri, sculture, abiti, che essi siano, diversi ogni venerdi.
Dalle ore 20.00 alle 24.00, quindi, aspettiamo tutti coloro vogliano bere bene, mangiare bene, ascoltare buona musica, e vedere un musicista live per, come diceva il grande Rossini, unire assieme e godere di tutti i piaceri della vita.
Per informazioni, prenotazione tavoli: 329.6185153

Christian Tarini
Nella foto Javier Eduardo Maffei

Nov 6, 2014 - sport    No Comments

Auguri Gigi Riva, eroe di un calcio fatto di gol e onore

EURO 2008:RIVA 'CONTESTAZIONI E EUROPEO,CHE '68 IL MIO'/Lo chiamavano Rombo di Tuono, metteva l’onore sopra ogni cosa. Per celebrare i 70 anni di Gigi Riva, che taglia venerdi’ il traguardo, ci vorrebbero davvero la poesia del suo amico De Andre’ e l’inventiva del suo cantore Gianni Brera. Perche’ se c’e’ stato in Italia un calciatore che si e’ avvicinato alla figura dell’eroe eponimo, riuscendo pero’ a restare un uomo, quello è Giggirriva come lo chiamano i suoi ‘corregionali’ sardi. Che lo venerano da quando, nel 1963, arrivo’ sull’Isola: doveva rimanere al massimo un paio di stagioni, per sfruttarla quale trampolino di lancio, e invece non se n’e’ piu’ andato. “Perche’ qui – spiego’ a chi gli chiedeva il motivo di una scelta controcorrente – io che in pratica non avevo famiglia, ne ho trovate tante”.

E’ rimasto, nonostante le grandi squadre lo abbiano inseguito e l’allora presidente juventino Boniperti ne avesse fatto quasi una malattia: lo inseguiva con offerte straordinarie, lui continuava a dire no e a segnare in rossoblu’. Divento’ un simbolo dell’uomo libero e orgoglioso, al punto che persino il latitante Mesina, travestito da frate, come racconto’ all’Ansa, lo andava a vedere al vecchio stadio Amsicora, soggiogato dalle giocate e dalla personalita’ di Riva. Ma al di la’ del suo orgogliosissimo essere un sardo nato sulle rive del lago Maggiore, Riva e’ diventato presto un idolo per tutta Italia. Per la maniera dirompente di segnare (mai un gol d’astuzia, sempre grandi reti di testa o con il suo leggendario sinistro).

E per quella generosita’ che lo portava a dare tanto a tutti, oltre a un paio di devastanti fratture alle gambe alla causa azzurra. Ha vinto poco, in relazione al moltissimo che valeva: e comunque uno scudetto con il Cagliari, quello storico del 1970, quanti ne vale di quelli conquistati dagli squadroni del continente? Infatti con il razzismo tollerato di quegli anni, i tifosi di questi club accoglievano i giocatori rossoblu’ chiamandoli ”pecorai, banditi”: perche’, inopinati ospiti, partecipavano finalmente a un banchetto al quale non erano mai stati invitati. Il merito principale di quella squadra rivoluzionaria e vincente, e i suoi compagni di allora (da Albertosi a Bobo Gori, gente che il calcio lo conosceva bene) gliel’hanno sempre riconosciuto, era di Riva.

Nel cui palmares ci sono anche il campionato europeo vinto con la nazionale in finale a Roma nel 1968 (con un suo gol in sospetto fuorigioco, ma allora le moviole non c’erano e nessuno gliel’ha mai rinfacciato), tre classifiche dei cannonieri vinte, il record, tuttora imbattuto, di 35 gol in 42 gare in maglia azzurra. Per non parlare di un secondo e un terzo posto al Pallone d’Oro, quando quella classifica non era specchio dei desideri degli sponsor. Venerdi’, insomma, nel silenzio del protagonista, un’altra delle sue caratteristiche ‘tradita’ solo quando da team manager della nazionale doveva difendere i giocatori, compie gli anni un Fenomeno della storia del calcio. Ma a spegnere le candeline saranno in tanti, tutti quelli, molti milioni, che per una vita lo hanno amato.

Perche’ rappresenta il calcio delle bandiere, quelle che conoscevano solo i colori di una squadra. Perchè la sua avventura ha l’anelito profondo del romanzo e del grande cinema (e infatti Pasolini e Zeffirelli lo volevano come attore) e non il ritmo sincopato dei tweet balotelliani. E soprattutto perche’ in un campetto spelacchiato, in uno spazio davanti a una scuola o addirittura per strada, illusi dalla leggerezza del pallone “SuperTele”, tutti quanti per un attimo abbiamo sognato di essere dirompenti come lui.

ANSA

Nov 4, 2014 - la tua parola    No Comments

Polizia Penitenziaria – Caso Cucchi, Sappe risponde ad Adriano Celentano: parla di cose che ignora, continui a cantare che è meglio

sappe“Ognuno è libero di dire quel che vuole, ma poi si corre il rischio di mettere in evidenza la propria ignoranza. E’ il caso di Adriano Celentano, che ha scritto una lettera a Stefano Cucchi rassicurandolo che dove è ora può “scorazzare fra le bellezze del Creato, senza più il timore che qualche guardia carceraria ti rincorra per ucciderti”. Celentano è tanto ignorante da non sapere che in Italia non esistono guardie carcerarie ma, soprattutto, che i poliziotti penitenziari coinvolti nella vicenda giudiziaria sulla morte di Stefano Cucchi, sono stati assolti due volte dalle gravi accuse formulate nei loro confronti. Lo preferiamo come cantante, Celentano. Almeno evita di dire stupidaggini….”.

Lo dichiara Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, commentando l’intervento di Adriano Celentanosul profilo del blog «Il Mondo di Adriano».

“Celentano ci aveva regalato un’altra perla del suo garantismo a intermittenza qualche tempo fa, quando chiese la grazia per Fabrizio Corona, che sconta una pena in carcere per essere stato condannato con sentenze definitive”, prosegue Capece. “Meglio Corona di uno dei tanti poveracci che sono oggi in carcere: almeno la visibilità mediatica, con lui, è assicurata… Celentano sappia che da sempre l’impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, è stato ed è quello di rendere il carcere una “casa di vetro”, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci “chiaro”, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi questo permetterà di far apprezzare il prezioso e fondamentale – ma ancora sconosciuto – lavoro svolto quotidianamente – con professionalità, abnegazione e umanità – dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria. Giusto per la cronaca, negli ultimi vent’anni anni, dal 1992 al 2012, abbiamo salvato la vita, in tutta Italia, ad oltre 17.000 detenuti che hanno tentato il suicidio ed ai quasi 119mila che hanno posto in essere atti di autolesionismo, molti deturpandosi anche violentemente il proprio corpo. Altro che le gravi accuse e illazioni di un cantante che evidentemente non ha più nulla da dire”, conclude Capece.

Sappe Informa

Nov 4, 2014 - la tua parola    No Comments

Adriano Celentano: “Cucchi ora sei libero senza il timore che una guardia carceraria ti rincorra per ucciderti”

adriano-celentano-sanremo-2012-in-garaIl cantante interviene sul caso del processo per la morte del 33enne romano, deceduto dopo l’arresto per le percosse. «Ora sei libero di amare e scorrazzare fra le bellezze del Creato, senza più il timore che qualche guardia carceraria ti rincorra per ucciderti»

Dopo le proteste, lo sconcerto, le manifestazioni di solidarietà alla famiglia, sul caso Cucchi arriva anche una lettera di Adriano celentano. Che dà degli «ignavi» ai giudici responsabili dell’assoluzione in appello di tutti gli imputati per la morte di Stefano, il 33enne arrestato a Roma e poi deceduto per le percosse il 22 ottobre 2009, nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Celentano se la prende con i magistrati del Tribunale di Roma e cita l’aria «flebile e malata di quei giudici `ignavi´», i quali, «come diceva Dante, sono anime senza lode e senza infamia e proprio perché non si schierano né dalla parte del bene e né da quella del male». Dunque, «sono i più pericolosi», scrive il cantante.

«L’aria maleodorante che respiravi qui sulla terra»

Nella sua lettera postata sul profilo del blog «Il Mondo di Adriano», Celentano scrive direttamente al giovane morto, immaginando di potergli parlare là dove potrebbe trovarsi, in Paradiso: «Ciao Stefano! Hai capito adesso in che mondo vivevi? Certo dove sei ora è tutta un’altra cosa. L’aria che respiri ha finalmente un sapore. Quel sapore di aria pura che non ha niente a che vedere con quella maleodorante che respiravi qui sulla terra. Lì, dove sei adesso, c’è la LUCE, la LUCE vera!!! Che non è quella flebile e malata di quei giudici `ignavi´ che, come diceva Dante, sono anime senza lode e senza infamia e proprio perché non si schierano né dalla parte del bene e né da quella del male sono i piu’ pericolosi, e giustamente il Poeta li condanna. Ma adesso dove sei tu è tutto diverso».

«Picchiato e massacrato fino a farti morire».

E Celentano prosegue dando dell’omicida agli agenti di Polizia Penitenziaria: «Lì si respira l’AMORE del `Padre che perdona´» e non i sentimenti «di chi ti ha picchiato e massacrato fino a farti morire». «Sei finalmente libero di amare e scorrazzare fra le bellezze del Creato, senza più il timore che qualche guardia carceraria ti rincorra per ucciderti. Perché dove sei tu non si può morire. La morte non è che un privilegio dei comuni mortali e quindi proibito a chi non ha la fortuna di nascere. Un privilegio dell’ANIMA che, se non la uccidiamo del tutto, ci riconduce alla Vita ETERNA».

roma.corriere.it

Ott 27, 2014 - cronaca    No Comments

Gay, tribunale Pesaro,nulla trascrizione. Non valida ‘ufficializzazione’ matrimonio Fausto e Elwin

10615417_1566898466855120_1275636807073144404_nPESARO – Il tribunale di Pesaro (presidente Mario Perfetti, giudici Carla Fazzini e Davide Storti, relatore) ha firmato il decreto di annullamento della trascrizione nel registro civile del comune di Fano del matrimonio celebrato nel 2008 nei Paesi Bassi dal fanese Fausto Schermi, 58 anni, ex dirigente comunale e dal compagno olandese Elwin van Dijk, 56, educatore. Fausto e Elwin avevano ufficializzato il loro matrimonio il 30 maggio scorso a Fano, con una cerimonia civile davanti al sindaco Stefano Aguzzi, che aveva deciso di trascrivere l’atto malgrado il parere contrario dei suoi funzionari. Il procuratore della Repubblica di Pesaro Manfredi Palumbo aveva impugnato la trascrizione chiedendo al tribunale di annullarla per manifesta nullità in quanto la legge italiana non prevede nozze gay. Scrivono i giudici nelle tre paginette del decreto: “Il matrimonio contratto all’estero tra soggetti dello stesso sesso non può essere qualificato come matrimonio per l’ordinamento italiano mancando uno dei requisiti essenziali (la legge che lo riconosce; ndr) e quindi non può produrre effetti giuridici così come stabilito da sentenza della Cassazione civile n.4184/2012. D’altra parte, nel vuoto normativo esistente, la mancata trascrizione di una unione tra soggetti dello stesso sesso non dà luogo in sé ad alcuna irragionevole discriminazione e quindi non costituisce una violazione dell’art. 3 della Costituzione in quanto le unioni omosessuali allo stato non possono essere ritenute omogenee al matrimonio come già espresso dalla Corte Costituzionale n.138/2010. Il giudice non può quindi sostituirsi al legislatore, stabilendo i diritti, le garanzie e gli obblighi delle unioni omosessuali. Va dunque ordinata la cancellazione della trascrizione in oggetto”.

ANSA

Ott 21, 2014 - MEDICINA    No Comments

Torna anche nel 2014 la Campagna Nastro Rosa

tumore_al_seno_nastro_rosaPer la lotta contro il tumore al seno, per combattere il “big killer” delle donne del nuovo millennio, torna anche nel 2014, la Campagna Nastro Rosa. Perché sconfiggere il tumore al seno a colpi di prevenzione è possibile. Perché sensibilizzando e informando le donne sconfiggere il tumore al seno è più facile. Ecco solo alcuni dei perché fondamentali che animano questa iniziativa, di prevenzione e informazione, dedicata alle donne, alla loro salute, che colora di rosa, in tutto il mondo, il mese di ottobre da più di venti edizioni.

Anche ottobre 2014 si colora di rosa grazie alla XXII edizione della Campagna Nastro Rosa. Anche ottobre 2014 è sinonimo di lotta contro il tumore al seno, di prevenzione e informazione, sensibilizzazione e iniziative declinate al femminile.

Non solo effetti scenici però. Per tutto il mese sarà possibile sottoporsi a visite e controlli gratuiti presso ben 400 punti prevenzione sparsi su tutto il territorio italiano e 106 sezioni provinciali Lilt, la Lega per la Lotta al Tumore al seno.

Una campagna che vuole informare sull’importanza della prevenzione in modo concreto, garantendo visite e controlli alle donne, ma non solo. La Campagna Nastro Rosa è anche una campagna che vuole sensibilizzare le donne ricorrendo se del caso anche a testimonial d’eccezione, come quella di quest’anno, la bellissima attrice italiana Nicoletta Romanoff.

Perché la prevenzione è l’unica arma davvero vincente contro il tumore al seno. L’unico alleato prezioso da declinare in controlli e visite specialistiche regolari, per la diagnosi precoce dei sintomi e la scelta tempestiva delle cure giuste. Perché i numeri non devono spaventare ma far riflettere: in Italia una donna su nove è stata colpita da tumore al seno. Nel nostro Paese si stima siano oltre 45.000 i nuovi casi annui di cancro della mammella. L’aumento dell’incidenza del tumore al seno è stato pari circa al 14% negli ultimi sei anni. In particolare il tumore al seno registra un aumento tra le giovani donne, in età compresa tra i 25 e i 45 anni il cui incremento è stato di circa il 30%.

Per questo la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori con la Campagna Nastro Rosa vuole promuovere la cultura della prevenzione come metodo di vita a partire dalle donne, affinché tutte si sottopongano a visite senologiche periodiche.

Oggi la guaribilità dal cancro del seno si è attestata intorno all’85%. Ma si potrebbe già parlare di una guaribilità del 98% se tutte le donne eseguissero i relativi previsti esami per una diagnosi sempre più precoce. Ecco perchè per tutto il mese di ottobre ogni anno la Lilt, insieme a Estée Lauder Companies, attiva i suoi 397 Punti Prevenzione/Ambulatori, per offrire alle donne l’opportunità di poter meglio avvicinarsi alla diagnosi precoce, distribuendo materiale informativo, effettuando consulti, visite, esami specialistici.

Il tumore al seno è anche nel nostro Paese il più frequente nella popolazione femminile, rappresentando circa un terzo di tutte le neoplasie diagnosticate. È importante scoprire il tumore il più precocemente possibile. Scoprendo un tumore quando misura meno di un centimetro, la probabilità di guarigione è di oltre il 90%, gli interventi sono conservativi e non procurano danni estetici alla donna.

Gli esami più importanti per la diagnosi di un tumore mammario sono:

Visita clinica senologica: è l’esame della mammella eseguito dal proprio medico o da uno specialista (esperto in senologia), al fine di riscontrare l’eventuale presenza di noduli o di altri segni clinici sospetti, meritevoli di ulteriori indagini. La visita, anche se eseguita da medici esperti, non è però sufficiente ad escludere la presenza di tumore e qualsiasi risultato deve essere integrato da altri esami. In presenza di un nodulo, l’esame clinico deve far parte integrante degli accertamenti diagnostici strumentali. La visita senologica è anche l’occasione per un colloquio approfondito con la donna sul problema “cancro della mammella”.
Autoesame: è il controllo che la stessa donna dovrebbe eseguire ogni mese. Esso consiste nell’osservazione allo specchio delle proprie mammelle e nella palpazione delle stesse. La metodologia di esame è semplice, ma è bene che sia un medico ad insegnarla. È particolarmente importante che la donna comprenda che il fine dell’autoesame non è la diagnosi bensì, la sola “conoscenza” delle caratteristiche delle proprie mammelle e quindi l’individuazione di eventuali cambiamenti verificatisi nel tempo e/o persistenti, da comunicare tempestivamente al proprio medico. È anche utile evidenziare con una leggera spremitura del capezzolo se sono presenti secrezioni.

In particolare fare attenzione se:

La cute della mammella o dell’areola sembra alterata, arrossata, ispessita o retratta.
Il capezzolo appare retratto, soprattutto se la rientranza del capezzolo è di recente comparsa e se sulla cute dell’areola compaiono delle piccole eruzioni cutanee o delle crosticine.
Comparsa spontanea di secrezioni dal capezzolo, soprattutto se sierosa o ematica.
Alla palpazione della mammella o del cavo ascellare noti la comparsa di una tumefazione.
La mammella ti sembra arrossata ed aumentata di volume. Non preoccuparti invece se periodicamente accusi dolore o senso di tensione al seno, soprattutto in corrispondenza del ciclo mestruale.

Mammografia: è la tecnica più idonea e valida nel diagnosticare, con una metodologia piuttosto semplice, la maggior parte dei tumori della mammella in fase iniziale, prima ancora che siano palpabili. Per questo motivo la mammografia è attualmente l’unica tecnica che possa essere utilizzata come test di base in un programma di screening e alla quale non si deve mai rinunciare nel caso di sospetto carcinoma, qualunque sia l’età della donna. Il rischio di sviluppare un tumore indotto dalle radiazioni provocate dalla mammografia è solo ipotetico.
Ecografia: nonostante la rivoluzione dell’imaging ed il rapido evolversi della tecnologia, l’ecografia non deve essere utilizzata come unico test per la diagnosi precoce dei tumori della mammella non palpabili. Peraltro essa offre contributi talora insostituibili nella diagnosi di lesioni nodulari benigne. Allo stato attuale delle conoscenze, quindi, salvo casi particolari (es. giovane età) è consigliabile che l’ecografia sia utilizzata soprattutto in associazione alla mammografia, ed eventualmente, per casi particolari, alla risonanza magnetica.

Mammografia o ecografia mammaria?

La mammografia infatti è l’esame di elezione per la ricerca dei tumori al seno soprattutto nelle donne al di sopra dei 40 anni. Rappresenta l’indagine ottimale per individuare la presenza di microcalcificazioni, che talora possono essere espressione di lesioni tumorali o preneoplastiche. L’uso della tecnica digitale è oggi preferibile a quella tradizionale perché la qualità dell’immagine è migliore e l’impiego di raggi X ulteriormente ridotto.

La mammografia, tuttavia, può avere dei limiti diagnostici per la densità della mammella, caratteristica nelle giovani donne e più in generale in età fertile. In questi casi lo studio viene completato con l’esecuzione di un’ecografia mammaria e, a volte, di una risonanza magnetica.

L’ecografia rappresenta l’esame più utile per distinguere un nodulo solido da una cisti a contenuto fluido e consente una migliore caratterizzazione del nodulo e della sua vascolarizzazione attraverso la valutazione color-doppler.

Per ogni donna la prevenzione deve essere sinonimo di promozione del proprio benessere, della propria salute, ma anche della propria bellezza. Tante le iniziative che saranno realizzate, in tutta Italia, durante il mese di ottobre.

Redazione

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